L’#Homeworking ci salverà?

2013-11-25 19.45.46Un paio d’anni fa, avevo qualche soldo da spendere e ho disegnato una parete attrezzata e una scrivania abbinata per risolvere i problemi di spazio del soggiorno. Quella scrivania è diventata il mio sogno: 2,30 mt di legno perfettamente incastonati in un malefico e inarredabile angolo da usare per molteplici attività creative.

In due anni, mi sono decisa ieri (domenica) a spostare le cose che vi avevo accumulato (“ah, il decoupage, devo ricordarmi di terminarlo, uh, gli acquerelli! Oddio che bello questo disegno di mia nipote”) e realizzare la postazione di lavoro dei miei sogni. Ho messo la lampada di sale che mi ha regalato la mia amica Elisabeth, sistemato una strategica clip con lampadina comprata all’Ikea in tempi non sospetti, posizionato un cuore rosso su cui appoggiare la tazza fumante, acceso il portatile, aperto il quadernone con gli appunti. 

Come mai questa improvvisa febbre per l’organizzazione dello spazio personale? Il 23 novembre ho partecipato alla Girl Geek Dinner di Modena il cui tema era l’homeworking. Ho ascoltato le esperienze e i consigli delle relatrici  (Barbara Pederzini, Francesca Marano, Cristina Simone, Federica Dosi e Sabrina Toscani) e mi sono detta: “Ehi, ma la tua scrivania? Quando ti decidi a metterla a posto?”

L’ho fatto!

Un po’ perché è arrivato il momento di fare ordine e mettere in fila le cose e un po’ perchè ho intravisto un mondo di coraggio e giustizia nei racconti delle donne che avevo di fronte e in quelli di chi mi sedeva accanto. Racconti di mamme che hanno deciso di voler stare un po’ più vicine ai figli, ma poi si sono rese conto che lavorare in proprio è bello, faticoso e la casa è più in disordine di prima. Racconti di chi si è spostato per amore in un altro paese e il lavoro se l’è dovuto creare. Racconti di chi ha scelto di essere libera e ci ha provato. Racconti di chi ha voluto lavorare con l’ufficio in casa, da freelance, e si domanda come farà quando uscirà dal regime dei minimi. Racconti di conciliazione mancata e riuscita, di genitori che la sostengono e di quelli che non comprendono la scelta di non avere un ufficio. Racconti di solitudine e del sentirsi tagliate fuori, a volte, dai rapporti sociali perché “non vai in ufficio come tutti gli altri e sembra che non lavori davvero”:

Storie che hanno lasciato tante domande e lanciato tanti avvertimenti, ma che racchiudevano tanto coraggio e tanta passione. Lavorare da casa significa fare una scelta per seguire i propri progetti di business e non ritornare a fare le casalinghe, un termine che ancora oggi identifica qualcuno che non ha una posizione sociale ed è a carico del marito. Homeworking è seguire la propria strada, il proprio impulso creativo e imprenditoriale in un mondo in cui  spesso una lavoratrice dipendente ha problemi di conciliazione, un compenso inadeguato alle mansioni svolte e si deve confrontare con continue disparità di genere quando ha intenzione di fare carriera.

È una delle possibili risposte.

Io, intanto, oggi ho sistemato la mia tazza del VDAY su un bel poggiapentola rosso a forma di cuore. Perché il 25 novembre ci vuole ancora più coraggio ad essere donna e a credere nei propri progetti. Non so se l’#homeworking ci salverà, ma se non perderemo la passione e l’amore per la vita, saremo comunque sulla buona strada.

 

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